CLAUDIO CHIEFFO - L'AMORE VERO agape ACL 301 LP 33RPM 1971 IT
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Description
LA SUPERIORITA' DELLA MUSICA SU VINILE E' ANCOR OGGI SANCITA, NOTORIA ED EVIDENTE. NON TANTO DA UN PUNTO DI VISTA DI RESA, QUALITA' E PULIZIA DEL SUONO, TANTOMENO DA QUELLO DEL RIMPIANTO RETROSPETTIVO E NOSTALGICO , MA SOPRATTUTTO DA QUELLO PIU' PALPABILE ED INOPPUGNABILE DELL' ESSENZA, DELL' ANIMA E DELLA SUBLIMAZIONE CREATIVA. IL DISCO IN VINILE HA PULSAZIONE ARTISTICA, PASSIONE ARMONICA E SPLENDORE GRAFICO , E' PIACEVOLE DA OSSERVARE E DA TENERE IN MANO, RISPLENDE, PROFUMA E VIBRA DI VITA, DI EMOZIONE E DI SENSIBILITA'. E' TUTTO QUELLO CHE NON E' E NON POTRA' MAI ESSERE IL CD, CHE AL CONTRARIO E' SOLO UN OGGETTO MERAMENTE COMMERCIALE, POVERO, ARIDO, CINICO, STERILE ED ORWELLIANO, UNA DEGENERAZIONE INDUSTRIALE SCHIZOFRENICA E NECROFILA, LA DESOLANTE SOLUZIONE FINALE DELL' AVIDITA' DEL MERCATO E DELL' ARROGANZA DEI DISCOGRAFICI .
CLAUDIO CHIEFFO L' amore vero
Disco LP 33 giri , 1971, Agape , ACL 301, Stereo-Mono Compatibile, Italia
la lagna, la solfa ed il tedio si elevano a cantico sacrale, poesia liturgica e professione di fede in questo raro e sublime album d' esordio di Claudio Chieffo, il devoto ed estroso cantautore collocato a metà strada tra Rimini e Bologna ma anche tra Giuseppe Cionfoli e De André che ha saputo abbinare con stile e coerenza la intimità religiosa umana all' armonia musicale universale, senza disdegnare anche qualche benefico e salutare predicozzo qua e là tra le varie note
“L’amore vero” è il primo LP inciso da Claudio nella collana AGAPE dell’editore Barbati di Modena. E' un disco che raccoglie le sue prime canzoni (quando lo incide ha cominciato a comporle da 10 anni) ma di una genialità che lascerà il segno nel tempo. Divengono da subito la colonna sonora della vita di tanti. E' un LP essenziale: il suo canto è accompagnato dal suono semplice, non invasivo delle chitarre. La sua e quella dell’amico romano Paolo Corbò, che con la sua 12 corde sottolinea con delicatezza e intensità le sfumature di questi canti che raccontano così profondamente una umanità piena. Racconti di vita segnati da una Presenza che la accompagna, canti attraverso cui natura e Grazia si fondono e diventano capaci di suscitare armonia in chi li ascolta. Chiude l’album “Canzone di Maria Chiara” scritta per gli amici Rori e Marina pochi mesi prima dell’incisione. Oggi l’album in vinile è una vera rarità: si può trovare ancora solo sul web nei siti di marketplace. Non esistono al momento riedizioni su CD restaurate, rigenerate e rimasterizzate o lavate con perlana.
CONDIZIONI BUONISSIME, vinyl vg , cover vg- , piccola firma a biro nella parte superiore sinistra della copertina frontale, segnetti a biro nell' interno di copertina
Etichetta : Agape / Distribuzione Eco Catalogo: ACL 301 Data di pubblicazione: 1971 Matrici / etchings / run out groove numbers : CC 1 A / CC 1 B Supporto: vinile 33 giri Tipo audio: mono stereocompatibile Dimensioni: 30 cm. Facciate: 2 Gatefold cover / copertina apribile , white paper inner sleeve
Brani
Lato A- Ballata del tempo perduto
- La nuova Auschwitz
- Il giovane ricco
- Il seme
- Ballata dell'uomo vecchio
- Marta, Marta
Lato B
- Alleluja della forza
- Faccia a faccia
- Perdonami mio Signore
- Ballata dell'amore vero
- In croce
- Canzone di Maria Chiara
Claudio Chieffo (Forlì, 9 marzo 1945 – Forlimpopoli, 19 agosto 2007) è stato un cantautore italiano.
Legato da sempre a Comunione e Liberazione, Claudio Chieffo nella sua carriera ha composto una lunga serie di canzoni di ispirazione cristiana, cantate in ambito liturgico.
Il padre di Claudio lavorava in un'officina che costruiva aerei; non aveva mai volato, ma quando volavano gli aerei li indicava sempre al figlio, e lui si sorprendeva di vederli spingersi così in alto, oltre le nuvole, e desiderava che anche la sua vita volasse - metaforicamente - alta nel cielo.
Iniziò la carriera musicale nel 1960 cominciando a comporre e partecipando a manifestazioni musicali locali. A 17 anni incontrò don Francesco Ricci e quindi Gioventù Studentesca, il movimento, fondato da don Luigi Giussani, che in seguito diventerà Comunione e Liberazione. Dopo l'incontro con il movimento, Chieffo scrisse le sue prime canzoni, ispirate all'esperienza che stava iniziando a vivere. Ben presto le sue canzoni diventeranno tra le più cantate all'interno di CL, durante i raduni, le feste e i momenti liturgici.
Già dal 1963 Chieffo iniziò a tenere concerti nelle parrocchie e nelle feste popolari in tutta Italia. Intanto, dopo la laurea conseguita a Bologna nel 1967, intraprese anche la professione di insegnante, che alternò fino alla fine con quella di musicista e compositore.
Nel 1974 venne invitato a Varsavia, unico italiano su mille esecutori, alla più grande manifestazione musicale cattolica dei paesi dell'est europeo, il Sacrosong. Durante la manifestazione, allora clandestina, Chieffo si esibì davanti all'allora cardinal Wojtyła e davanti al cardinal Wyszyński. Si esibì poi per Giovanni Paolo II nel 1980, con la canzone La strada, a lui dedicata.
Nel 1983 Chieffo partecipò, in occasione del Meeting per l'amicizia tra i popoli, al concorso nazionale di musica leggera (prodotto e trasmesso dalla RAI) "Un'isola da trovare", classificandosi al secondo posto, con la sua Canzone degli occhi e del cuore.
Il 30 maggio 1998 si esibì di nuovo in piazza San Pietro, durante l'incontro del Papa con i movimenti, con Stella del mattino. Chieffo partecipò inoltre alla Giornata Mondiale della Gioventù il 19 agosto 2000 nello spettacolo a Tor Vergata in preparazione della veglia con il Papa.
Il cantautore forlivese ammirava il teatro di Diego Fabbri, drammaturgo italiano suo concittadino. Importante per la sua formazione fu anche l'amicizia con il pittore americano William Congdon conosciuto nel 1963. Fu collaboratore della rivista Il Timone.
Claudio Chieffo fu considerato un caso particolare nel mondo della canzone d'autore. Pur avendo potuto, in un certo periodo della sua carriera, imporsi commercialmente nel mondo della musica leggera, scelse di interpretare solo le sue canzoni, ispirate ai valori in cui si riconosceva . Alcune delle sue canzoni sono tradotte in numerose lingue e vengono cantate in tutti i continenti. Ha ricevuto nel 1981 il Premio Internazionale della Testimonianza dei valori umani e cristiani e nel 2005 il premio Internazionale Calice d’oro. Nel dicembre del 2005 scoprì di avere un tumore al cervello che non gli impedì di continuare a esibirsi, anche se in maniera sporadica.
Claudio Chieffo morì domenica 19 agosto 2007, giorno di apertura della 28a edizione del Meeting di Rimini, manifestazione alla quale era particolarmente legato e alla quale partecipò spesso avendone composto in varie occasioni la sigla ufficiale.
Chieffo: «La malattia? Non è disgrazia»
Giorgio Paolucci
Voce affaticata ma decisa, parole dense di vita. Si è fatta più dura la vita di Claudio Chieffo, uno dei cantautori più amati e conosciuti dalla gente, che da qualche mese deve fare i conti con un male contro il quale sta lottando con tutte le forze, sue e dei suoi cari. È una vita dura, ma colma di presenze amiche, di tanti che scrivono, pregano per la sua salute e gli stanno vicino in questo momento difficile. E quando lo senti parlare, hai la sensazione fisicamente percepibile che quel Mistero che da anni canta, lui lo veda e lo senta, lo chiami per nome: Gesù. Spesso, durante la lunga e intensa conversazione che ci ha concesso nella sua casa di Forlì, il suo sguardo si fissa su un poster che si è fatto appendere davanti al letto: è il «manifesto di Natale» stampato come ogni anno da Comunione e liberazione, che riproduce un particolare della Natività di Gesù dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Riporta una frase di Benedetto XVI: «Dio non ci lascia brancolare nel buio; si è mostrato come uomo. Egli è tanto grande da potersi permettere di diventare piccolissimo. Dio ha assunto un volto umano. Solo questo Dio ci salva dalla paura del mondo e dall'ansia di fronte al vuoto della propria esistenza». Parole che Chieffo sente particolarmente «sue» in questo momento, anche per la singolare coincidenza con una canzone composta nel '95, (In questa notte splendida), che descrive bene il senso del Natale: «Un bimbo piccolissimo le porte ci aprirà/ del cielo dell'Altissimo nella Sua Verità».Sono passati 45 anni dalle sue prime composizioni. Tremila concerti, 113 canzoni. Molti suoi brani appartengono a tutti: Il seme, Io non sono degno, Lasciati fare, Ballata dell'uomo vecchio, La nuova Auschwitz, Ave Maria splendore del mattino…. Tanti sono stati tradotti in varie lingue e cantati in tutti i continenti. E per etichettarla si è fatto ricorso alle definizioni più diverse: autore religioso, cantautore cattolico, menestrello di Cl. Chi è Claudio Chieffo?
Le etichette sanno di colla, appiccicano uno schema sulla persona. E ogni persona è molto più di un aggettivo. Ho sempre cercato di cantare la vita in tutte le sue manifestazioni: la gioia, il dolore, l'amicizia, l'esigenza di giustizia, la sete di felicità, il bene e il male. Mi è accaduto di incontrare una faccia della Chiesa che si chiama Cl, che a sua volta aveva il volto prima di un prete di Forlì, don Francesco Ricci, poi di un brianzolo come don Giussani. E proprio loro mi hanno educato a guardare sempre oltre la siepe, ad abbracciare il mondo. A essere, cioè, come la Chiesa: cattolici, universali, desiderosi di incontrare tutti, di cantare al cuore di ognuno.
Anche di quelli che non sono cristiani?
Certo! Uno dei ricordi più belli risale agli anni Ottanta. Ero andato a Perugia per un concerto, invitato dalla comunità di Cl. Nel pubblico c'erano anche dei musulmani, che alla fine mi chiesero di andarli a trovare. E così, a notte fonda, andai da loro e cantai alcuni brani che furono molto graditi. Facevano lo sciopero della fame contro Khomeini che era al potere da qualche anno. Ogni tanto qualcuno sveniva e lo portavano via. (Ride: «Ma non credo fosse per le mie canzoni…»).
Ha cantato con colleghi «distanti» come Guccini e Ivan Della Mea. Tra i suoi amici c'è anche Giorgio Gaber. Vi siete esibiti insieme in più di un'occasione. Lui si definiva l'uomo del dubbio e guardava a lei come all'uomo delle certezze, con un misto di invidia e scetticismo.
È il cantautore italiano che stimo di più per la schiettezza della sua posizione. Ha avuto il coraggio di dire in faccia al «suo» pubblico cose scomode e politicamente scorrette, attirandosi anche critiche e opposizioni. E in più di un'occasione mi difese con coraggio in un'epoca in cui se non cantavi col cuore rivolto a sinistra rischiavi l'impopolarità e l'emarginazione dai circuiti musicali. (Sogghigna: adesso è un po' diverso, ma mica troppo…). Lui si diceva certo che ciò che manda avanti la ricerca umana è il dubbio. E io gli rispondevo: a parte che non capisco come fai a essere certo basandoti su un dubbio, la molla della ricerca non è il dubbio ma la domanda, perché lascia aperta la possibilità che ci sia una risposta.
Lei ha tenuto concerti in luoghi significativi, Mosca, Gerusalemme, ma anche in luoghi atipici come un gulag del Kazakhstan. Come è arrivato fin laggiù?
Le mie canzoni sono arrivate in tutto il mondo prima di me. In Kazakhstan venni invitato in occasione del Giubileo del 2000, unico artista straniero. Dovevo tenere sei concerti, ne feci il doppio perché le richieste si moltiplicarono. Non dimenticherò mai quello nel gulag di Kocsun, davanti a 800 detenute comuni, primo spettacolo dentro un carcere di quel Paese. Leggevano le mie canzoni, che parlavano di libertà e felicità, tradotte nella loro lingua, e dopo un po' si misero a battere ritmicamente con le mani sui tavolacci di legno per accompagnarmi cantando semplicemente la-la-la-la. Presto si unirono a loro anche le guardie, e alla fine del concerto mi si avvicinò la direttrice, conosciuta come atea convinta, chiedendomi di pregare perché suo figlio di 16 anni potesse trovare una buona strada.
Ha cantato anche davanti a Giovanni Paolo II, per undici volte.
È stato quasi sempre in occasione di incontri di popolo, come lui amava fare. Più che un solista che doveva farsi apprezzare per le sue qualità canore, mi sentivo la voce della gente che gli stava davanti. E lui ad ascoltare e talvolta a partecipare al canto, con quello sguardo che ti penetrava fino al cuore e ti faceva sentire abbracciato da un grande padre.
Cosa ha significato l'incontro e l'amicizia con un maestro della pittura contemporanea come Bill Congdon?
Ho avuto la fortuna di conoscerlo quando ero giovanissimo, nel 1963. Era uno che spalancava gli orizzonti, e dipingendo le terre della Bassa lombarda, dove si era ritirato a vivere e lavorare, ti faceva intravedere l'infinito. Un giorno mi disse: se una canzone non è una finestra aperta sul Mistero, è solo il rumore del nulla. Alcuni giorni fa è venuto a trovarmi in ospedale il mio vecchio maestro delle elementari: ricordo che in quinta ci leggeva la Divina Commedia, aprendo una finestra sulla Bellezza a bambini di dieci anni. È grazie a gente così che le mie canzoni hanno sempre cercato di evocare ciò che tiene in piedi l'esistenza. Partendo da episodi apparentemente banali della vita, aiutano a capire che c'è Qualcosa dentro qualcosa. (Con la mano indica il poster di Natale appeso davanti al suo letto. Riporta anche una frase di don Giussani: «Cristo arriva proprio qui, al mio atteggiamento di uomo, di uno cioè che aspetta qualcosa perché si sente tutto mancante, si è messo insieme a me, si è proposto al mio bisogno originale»).
Giussani diceva che molte sue canzoni esprimono con la musica ciò che lui affermava con le parole. Si sente onorato da un simile riconoscimento?
Il «Gius» è stato maestro in umanità. Nella sua bontà mi chiamava «il poeta». Personalmente non ho mai avuto incarichi nel movimento di Cl, ma ho sempre cercato di seguire quello che lui mi diceva: sii te stesso fino in fondo, così aiuterai tanta gente. Spero di esserci riuscito. Gli sono grato per come ci ha guidato a scoprire Gesù presente nella realtà. Mi dicono che davanti alla sua tomba, al Cimitero Monumentale di Milano, c'è una bacheca con tanti ex voto e messaggi di gente che scrive per ringraziare e per chiedere. Credo che adesso che sta lassù, vicino al Principale, continui a darsi da fare come quando era tra noi. E personalmente non smetto di chiedergli di intercedere per la mia guarigione.
Sul suo sito c'è una lettera scritta in giugno in cui, a proposito della sua malattia, racconta agli amici che «questo è un momento anche di grazia». Come si fa a parlare di grazia nelle sue condizioni?
Nella mia vita ho avuto mo do di toccare con mano tante volte e con tanta evidenza la presenza di Dio: l'amore di mia moglie e dei miei figli, i volti degli amici, l'appartenenza a un popolo, e tante cose che mi sono accadute. La prima percezione che ho avuto quando i medici mi hanno dato notizia del mio male, è che non mi sia venuta addosso una disgrazia, ma che anche questo è un modo - certo dolorosissimo - di far emergere e di testimoniare la gloria di Dio. Altrimenti sarei un dis-graziato, uno che non riconosce ciò che la Grazia ha operato e opera nella sua esistenza. Non si può campare da dis-graziati, sarebbe come negare che la Grazia possa arrivare. Sarebbe come smettere di sperare. E io non smetto.
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